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giovedì 10 dicembre 2009

Ultimo giorno SCE


Non è una foto che rende molto onore alla mia bellezza...ma mi sembrava la logica continuazione del post precedente. L'emozione del ricordo di quel momento di gioia e pianto, mentre ballavo con la mia adorata Ivonne, al collo sempre l'Handala, simbolo del diritto al ritorno dei Palestinesi.

un anno che ti cambia un bel po'

Penso a questo blog ormai "defunto". Leggo e seguo con interesse il blog dei nuovi ragazzi in servizio civile perchè so che scrivere è un impegno ed è più bello sapere di essere letti. incoraggia a non smettere sotto l'ombra della delusione che quello che si fa lo si fa per niente. Ogni cosa, anche la più piccola, la più silenziosa, immobile agita il nostro io, ha degli effetti (il famosissimo effetto farfalla!). I momenti di stallo, di passaggio sono spesso i più difficili perchè non riesci a capire quale direzione stia prendendo la tua vita. Bisogna avere il coraggio di imparare anche da questi attimi, porsi nella condizione subordinata che il senso lo capiremo poi, adesso no, è troppo presto.
Riflettevo sul titolo di questo blog: servizio civile, un anno che ti cambia la vita. Bhe no, non posso dire che mi ha cambiato la vita...la guerra del 2006 in Libano, vissuta direttamente, sì ha cambiato davvero la mia vita. Ora son sempre bassina, grassottina, furuncolina con un sorriso smagliante DUrbans (sì testoline provocatrici nel 2006 ero cambiata perchè
pppure dimagrita, tié). Non posso, tuttavia, dire di non essere cambiata nel mio io profondo, meno visibile. Si, la mia vita è sempre la stessa, con i suoi alti e bassi, momenti di difficoltà, grandi riconoscimenti che derivano dalle molte persone che mi amano con tutto il loro cuore. Io, un po' cambiata lo sono. In primis, vivere ogni giorno a contatto con delle persone che hanno poco o niente, ti inserisce un microchip nel cervello chiamato "dovere morale verso di loro", di essere felice con loro, anche quando sei giù, con loro si ride. e basta.
E poi, non so perchè non so per come, ma ho imparato a capire il mio valore, ad avere più fiducia in me stessa, a far marciare la "macchina Oriana". E mi sento più donna, pronta ad essere mamma (papà tranquillo, parlo di un ipotetico futuro dopo aver trovato fidanzato, lavoro, essermi sposata a Portovenere nella chiesetta di San Pietro e aver fatto il giro del mondo in ottanta giorni insime al mio Lui).
Quindi il Servizio Civile è un'occasione, bellissima, per aiutarci a crescere, a evolvere. Dipende anche da noi, da come vogliamo affrontarla, questa magica avventura. Con emozione, responsabilità, apertura e rispetto, sarà veramente un anno capace di cambiarti un po', in meglio.

domenica 4 ottobre 2009

FOLLOW THE WOMEN

“One little person giving all of her time to peace makes news. Many people giving some of their time can make history” Peace Pilgrim (1908 - 1981)

FOLLOW THE WOMEN 2009:
www.followthewomen.com

COS'è? una manifestazione internazionale di donne in bicicletta per la pace in Medio Oriente, che si svolgerà dall'8 al 22 ottobre attraverso Libano, Syria, Giordania, Palestina, Israele.

domenica 23 agosto 2009

Scoppi

A Beirut ogni calda sera è costellata dal rumore di scoppi. Si tratta di fuochi d'artificio, provenienti dagli alberghi di lusso che puntellano le colline dietro la città, a pochi metri dall'autostrada che la attraversa da nord a sud. Caotica, assurda, disumana. Fa strano pensare come fino a pochi anni fa gli stessi scoppi significavano paura, dolore, distruzione. Fa strano accorgersi come vita e morte facciano lo stesso rumore. Ne sei sicuro, da qualche parte qualcuno tra le quattro mura starà pensando a quei giorni, durati trent'anni. Un po' ti indigni, pensi che in certi luoghi, certi suoni debbano essere tabù, come accade per le parole. Come è possibile far festa, scherzare con queste cose? Poi ci pensi, e ti chiedi se forse la futilità non sia anch'essa un tassello fondamentale di quel mosaico complesso che è la normalità. Normalità inseguita, ricercata, sofferta. E allora ben vengano gli scoppi. Scoppi futili, scoppi di vita.

stefano

mercoledì 19 agosto 2009

Sketches of Lebanon...

Vorrei fare con te quello che il ghiaccio fa con i piselli …. o ai bastoncini del capitano Findus? Forse non lo sapete ma in Messico si dice così.

Dbayeh, il mare mediterraneo davanti a me, l’aria calda e inquinata di Beirut, il traffico ogni mattina verso nuovi luoghi da scoprire. Siamo anche noi stranieri in queste terre, lo sono anche loro da più di cinquanta anni.

Non è la povertà che mi colpisce, ne la condizione delle loro donne a volte coperte dalla testa ai piedi mentre io soffoco dal caldo con le mie veste da forestiera. Loro non esistono. O meglio, vivono in questo limbo chiamato ora Libano, domani Israele dove la loro vita trascorre senza la possibilità di un inserimento reale nella società che li accoglie. I vecchi ci parlano di un ritorno nella terra promessa. I bambini ci guardano da lontano poi da vicino, ci annusano, ci osservano e infine ci salutano con un bye bye imparato nella scuola palestinese. I giovani? Non l’ho ancora scoperto, ma nel frattempo ci rifletto dal mio balcone che guarda il mare di Beirut.

Carolina


Verso l'inizio...


Arrivati agli ultimi giorni di campo siamo tutti stanchi morti e facciamo la conta dei sopravvissuti… tra dissenteria, stipsi, distorsioni e scottature…perché l’ombrellone di paglia non filtra i raggi UV, ma le sedie di plastica sì… Eh sì, sono state fino ad ora due settimane impegnative e ricche di emozioni condivise. L’intensa esperienza di servizio e conoscenza della realtà nel Sud del Libano ha messo ko molti di noi, ma niente paura, noi si tiene duro!!!

Nella terra dei Cedri gli alberi si trasformano in sculture..da contemplare sorseggiando un succo rigorosamente al mango ..per cercare di dissetarsi dal caldo umido opprimente!!!

Un grazie al nostro Dettol che ci ha salvato in tante situazioni: come detersivo, disinfettante, disincrostante e tutto ciò che può servire per l’igiene della casa… ovvero il nostro migliore amico durante le attività di pulizia delle case del campo profughi .

Come non ricordare poi i nostri vicini di casa che ogni mattina ci svegliano puntuali alle sette di mattina a suon di picconate, martelli pneumatici e gettate di cemento per costruire l’ennesimo mostro ecologico … per fortuna lo spettacolo di vista sul mare è ancora salvo!!!!!!!


Verso la fine...



sabato 8 agosto 2009

Voi per noi

Sento strane emozioni. I "miei ragazzi" sono già arrivati e la prima settimana è passata. Intensa, credo, per tutti. Potrei raccontarvi delle attività fatte insieme, dei sorrisi dati e ricevuti. Questo, tuttavia, vorrei lo facessero loro perché io ho il mio servizio civile ancora da scrivere, ho la mia esperienza con loro ancora da vivere.
Mi pongo alcune domande. Mi sento responsabile. Non di loro, grandi e maturi a sufficienza. Di me stessa, del Libano, e del loro ritorno. è tutto ovviamente unito da una trama sottile che sto tessendo da anni. Ero qui nel 2006, volevo ritornare. Un percorso. Soprattutto, perché Libano? Cosa provo io per questo paese? Catullo può aiutarmi in una mattinata in cui le parole faticano a scorrere, talmente i pensieri si attaccano e rosicchiano tutto quello che trovano in testa:

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tortura.

In tre settimane riuscirò a fare il solletico al gruppo? Stimolare la loro curiosità? Essere in grado di farli "appassionare" un po' a questo posto così contraddittorio e ricco di spunti di riflessione da spronarli- una volta tornati a casa - a leggere il dossier Paese e a prendere qualche libro indicato in bibliografia finale? In una settimana hanno eseguito molti compiti e si sono messi a servizio, sono orgogliosa di loro. Mi chiedo, però, se riuscirò a incoraggiarli a proseguire questo servizio nella sua modalità mentale anche una volta tornati. Il Libano non è un paese che ti colpisce il cuore per i suoi colori o per situazioni di povertà estrema. Da qua tuttavia spesso si può capire la direzione che la regione mediorientale sta prendendo e questa non è mai svincolata con l'area mondiale. Quindi quello che succede qui manifesta i giochi politici decisi altrove e la nostra influenza parte dal nostro impegno nel nostro Paese, come parte attiva e partecipante della nostra società civile.
Da servizio civile, molti di noi hanno scritto post di indignazione per quello che sta diventando l'Italia. Forse uno sguardo estero ci ha aiutato a essere più lucidi.
Finite queste tre settimane, o finito questo mio anno di SCE, qui in Libano in un campo profughi, cosa cambierà per i palestinesi? Noi saremo pieni di racconti, di succulenti cibi e saremo più grandi, più maturi. Avremo vissuto e capito cose. Ai palestinesi, nel mio caso specifico, cosa sarà restato? Un sorriso in più? Un vivere alla giornata e..."questa giornata è stata bella perché c'eravate voi a coccolarmi, ad aiutarmi" ma poi se chiedi loro quale futuro immaginano per i loro figli e nipoti, lo sguardo diventa buio, svuotato di speranza, colpito dalla rassegnazione. Quello che mi piacerebbe è chiedere a tutti i cantieri e a tutti gli SCE di riflettere. Siamo partiti per dei Paesi. Alcuni sapevano e volevano andare in un luogo preciso, altri no ed era l'esperienza, questa, che volevano fare. Un anno, tre settimane e poi il ritorno in noi stessi oppure una presa di consapevolezza che avrà seguito?
Ai posteri l'ardua sentenza.
Scusate per questi pensieri un po' noir, mi ha colpito, tuttavia, una domanda posta da una donna palestinese al nostro gruppo: “Cosa potete fare voi per noi?”.

martedì 30 giugno 2009

colore sbiadito

La stanza è di medie dimensioni, ma ben curata. La luce filtra poco e la lampadina, che dovrebbe essere il centro dell’attenzione di un lampadario mancante, è accesa. Due ventilatori girevoli sparati al massimo creano una brezza piacevole, anche perché discontinua, a meno che uno non decida di assecondare il movimento del ventilatore, facendo tre passi in su e tre in giù. Ma quando i ventilatori sono due ed il loro fuoco è incrociato, allora è meglio evitare figuracce e aspettare il vento costruito fermo sul posto.
Il colore alle pareti è chiaro, e tende al giallo, probabilmente per enfatizzare la luce artificiale. Finestre nessuna. La stanza è in realtà un piccolo soggiorno, trasformata temporaneamente in camera da letto. Così, su alcuni tavolini in legno e vetro poggiano dei cuscini; la camicia da notte è piegata sul divano e di fronte a quello stesso divano, un letto da una piazza e mezza. Alcune tigri in peluche osservano dalla loro posizione privilegiata la scena, e sembrano un po’ infastidite dal momentaneo contrattempo. Su una parete, un quadro. Una bambina con due fiocchetti azzurri tra i suoi capelli a caschetto, gli occhi grigio-verdi. Piange, mentre guarda una bandiera della Palestina.
Accanto al letto, i trentatré grani di un rosario in legno gigante, una Madonna con bambino e qualche foto. Dei fiori rossi in un vaso, su un mobiletto. Sembrano finti in realtà, troppo rossi, troppo perfetti. Dietro, altre foto. Yasser Arafat e Hassan Nasrallah, che si guardano e si sorridono. Paradossi medio orientali.
Le urla sibilate, quasi timide, si diffondono un po’ dappertutto. Se si avesse il tempo di ascoltarle bene, probabilmente entrerebbero nelle ossa, probabilmente trasformerebbero la pelle in brivido. Un urlo se viene estrapolato dal contesto, è solo un rumore, più o meno forte. Se ad un urlo invece associ uno sguardo, degli odori, del sudore, allora non è un rumore.
È vita. È resistenza.
Tant Jamìle è sdraiata sul letto, due bende bagnate sui piedi nudi, un asciugamano in testa, agli occhi, le lacrime. E urla. E sembra di ascoltare attraverso questo suo urlo, così debole e sottile, ma anche così intenso e potente, la voce di tutto un popolo. L’operazione è riuscita, ma è ritornata dall’ospedale con alcune infezioni su una gamba. Ma d’altra parte se vinci decine e decine di punti sulla coscia per ricostruire il tuo femore rotto in una banale caduta, non hai diritto a lamentarti, se nel frattempo accadono alcuni imprevisti. Ma per Tant Jamìle, gli imprevisti saranno sempre più spesso quotidianità. Il suo passo lento ma sicuro, sarà una sedia a rotelle, o un walker, se le andrà bene. Il suo prendere l’iniziativa, sarà un per favore. Forse nelle sue urla l’umiliazione contava più del dolore. Forse le sue lacrime mentre veniva pisciata, lavata, e vestita erano umiliazione. E forse era umiliazione il chiedermi una mano per alzarla, per tenerla mentre le veniva pulito il culo, mentre le venivano disinfettate le piaghe, mentre le veniva tolto il pannolone. Non c’è niente di peggio che conoscere persone umiliate appartenenti ad una società umiliata.
Scopro gli anziani in un campo profughi, nonostante abbia vissuto tutta la mia vita in una zona dove la media di decessi è di due alla settimana, nonostante sia italiano, from Italy, la patria dei vecchi per definizione ormai, battuta solo dal paese dei giapu. E nel campo profughi mi accorgo che il mondo non è solo nord-sud, poveri e ricchi. È anche vecchiaia e giovinezza, salute e malattia.
Ma essere poveri, vecchi e storpi umilia il sangue, e scolorisce il bianco degli occhi, come le troppe centrifughe di una maglietta usata.
Ed in questo bianco sbiadito, non riconosco, e mai riconoscerò giustizia.

sabato 27 giugno 2009

Senza "campagna" elettorale








Mi ritrovo in Libano dopo un breve soggiorno italiano, che dire, non va, non va proprio. Mi sento persa, non ho più punti di riferimento. Prima giravo a sinistra dopo il cartellone "sois belle et vote". Seguivo dritto seguendo le immagini di "forza", un po' troppa, e a destra si andava per un "sois egale et vote". Ora non vedo più i faccioni delle supergnocche che mi dicono di essere bella intelligente e quindi mi invitano a votare per il 14 o l'8 marzo. Con un po' di sollievo poiché il mio femminismo poco femminista stava iniziando a trovarsi a disagio. Mancano, inoltre, i faccioni degli uomini politici sorridenti per tutti i palazzi del Paese, e come ne abbiamo esperienza, gli uomini politici non sono mai belli e questa peraltro sarebbe la loro mancanza minore. Stranetto anche non vedere più quella che ormai sento come la mia migliore amica, sempre in giro con me a Ashrafie: più piccola di me è la più giovane parlamentare nella storia del Libano. Non credo lo sia perché figlia di un noto giornalista ucciso da un attentato. In Libano - come in Italia - clientelismo, nepotismo, corruzione, non rientrano nel gioco elettorale e lo spazio è dato a tutti solo per meritocrazia. Viva i paesi felici e democratici. Viva il migliore dei mondi possibili.



Il giorno dopo...

Nel frattempo, Nabih Berri per la quinta volta consecutiva è stato eletto Presidente della camera libanese...perché non c'erano altri candidati?! Oggi, nonché sabato 27, Saad Hariri, figlio dello scomparso Rafiq, ha assunto la carica di Primo Ministro quando si sa che non ha la statura del padre, che è interessato più a salire sulla barca di Berlusconi in Sardegna che a grandi manovre politiche. Oh, poveri noi. Concludo con una frase di un amico libanese su Facebook: "Saad el harirreh the new PM, than bugs bunny was REAL after all...".

domenica 7 giugno 2009

elezioni

Potrei parlare di quelle MIE, quelle in cui dovrei credere, quelle per cui ho votato: per il parlamento europeo, per le provinciali e comunali. Tra l'altro non sono più sotto Milano ma ormai Barlassina è in provincia di Monza. Già.

Eppure il mio cuore, la mia mente, la mia partecipazione, la mia angoscia, il mio futuro è dentro le elezioni che si sono tenute oggi in Libano e che vedono contrapporsi le forze del 14 marzo e quelle dell'8 marzo. Da un lato quindi la coalizione filo-occidentale composta in maggioranza dai sunniti che fanno capo a Saad Hariri (figlio dell'ex Primo Ministro Rafic Hariri) e dai cristiani di Gemayel e Geagea (più altri gruppi minoritari o indipendenti). Dall'altro lato la coalizione composta da Hezbollah, Amal, e la Corrente patriottica libera del Generale cristiano Michel Aoun. Una sfida questa che determinerà in buona parte i futuri assetti del Paese e della regione mediorientale tout court. Incollata a internet, essendo ormai in Italia, mi ritrovo emozionata. In quale Paese ritornerò? Come si svilupperà l'illusione democratica in Libano?

L'eccitazione per un Paese in cui tutto è da definire ancora. La delusione per un Paese, il mio, che vedo decadere.

Affluenza record in Libano e apparentemente nessuno scontro anche se questi mesi mi hanno segnato che qualora avvengano delle bagarre anche piuttosto gravi non sono registrate dai media per non fomentare altre violenze a catena. Sembra che in Italia abbia votato solo il 57,7 %.

200 osservatori internazionali hanno monitorato le elezioni in Libano. I miei occhi non sono ufficiali ma aspettano la notizia. Sembra che potremo sapere a mezzanotte i risultati ufficiali.

Per chiudere questo primo post del ritorno vorrei fare un flash back al mio primo post in assoluto. Si parlava di una pantegana trovata in casa il secondo giorno di vita libanese. Per far capire quanto i due Paesi (Italia e Libano) siano simili, oggi, secondo giorno di presenza in brianz,a ho visto due bei topoloni giganti fuori casa mia. E tutto il mondo è Paese...

giovedì 4 giugno 2009

Wanted






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Noi libanesi lo ricordiamo così, una delle ultime volte che lo abbiamo visto. Per chi avessi informazioni vi preghiamo di mandarci una mail.

Non avere paura, Alberto, noi siamo pronti per riabbracciarti lunedì.

domenica 24 maggio 2009

Orgoglio Zia

Chiedo venia. Tuttavia, quando ci vuole ci vuole. Mio nipote, anni due il 30 marzo scorso, dice Libano e sa cos'è ;-). Quando gli si dice: dov'è la zia? Lui risponde: LIbano! Orgoglio zia, scusate ma se l'ha imparato lui che ha due anni prima o poi riuscirò a mettere in testa alle persone un po' più adulte che Libano non è Libia, che di Tripoli ce ne sono due, che sì, qui in Libano ci sono i parrucchieri e no, non confina con l'Egitto ma con Siria, Israele (o Palestina) e si affaccia sul Mar Mediterraneo!?

sabato 23 maggio 2009

23 Maggio 1992

NON DIMENTICHIAMOLO!!!!!!!!
LIBERIAMOCI!!
a GIOVANNI

sabato 16 maggio 2009

Nakba

Ieri, 15 maggio 2009, i Palestinesi hanno commemorato il 61esimo anniversario della Nakba, la "castrofe", per il loro popolo a seguito della creazione dello Stato ebraico nel 1948.



Circa 500 rifugiati palestinesi in Libano si sono recati alla frontiera israeliana, a Kfar Kila vicino alla Porta di Fatima, sventolando bandiere libanesi, palestinesi e quelle di Hezbollah.La Porta di Fatima, muro in cemento e reti che accompagna il confine per alcune decine di chilometri, è diventato nel 2000 il simbolo del ritiro israeliano dal sud del Libano dopo 22 anni di occupazione. La manifestazione è stata organizzata dal Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), il cui responsabile Khaled Younès ha dichiarato il rifiuto di qualsiasi insediamento palestinese (tawtin) nei Paesi ospiti per rivendicare il diritto al ritorno.



Nessuna celebrazione al campo di Dbayeh invece.



L'identità palestinese qui è molto meno forte rispetto ad altri campi. Mi chiedo da mesi quale sia il fattore decisivo per questa assenza e cerco di elaborare teorie proprio a partire dal termine "identità" definito mille volte, tuttavia sempre in maniera insoddisfacente. Il ragionare a proposito di questo soggetto lo lascio a giorni migliori quando forse tutto sarà chiaro anche nella mia mente.



Nessuna celebrazione al campo di Dbayeh quindi.



"Allora via si va, via si va, si va via", al campo palestinese di Bourj el-Barajneh. All'ingresso veniamo accolti dai faccioni di Arafat e Nasrallah, il nostro interesse è tuttavia diretto all'acquisto delle buonissime e ipercaloriche noccioline (mi dico che va bene, posso, ho mangiato solo una banana del resto!). Un po' in inglese e un po' in arabo chiediamo dove si celebra la Nakba e veniamo accompagnate nella piazzetta dove, a turno, ragazzi, adolescenti e bambini cantano e danzano per non dimenticare l'inizio della fine, l'inizio dell'essere rifugiato.




Oggi siamo ritornate per assistere a un incontro dove alcuni anziani hanno raccontato ai giovani i ricordi della loro terra, delle loro case, dei loro sogni. Alcuni occhi ancora si commuovono dopo 61 anni. Uno degli anziani scopendro che sono italiana mi ha chiesto un favore: "ti prego, se puoi. La Palestina è il mio paradiso, è la mia terra, è il luogo dove voglio morire. Quando tornerai in Italia racconta a tutti questa storia e quello che desidero. Il ritorno". Invitate da Iman, una bellissima ragazza conosciuta ieri, mi ritrovo sulla terrazza di casa sua a fumare il narghilé gusto enab (uva), parlare, ridacchiare. E' strano pensare che queste persone vengono considerate dalle comuni generalizzazione come dei "terroristi". Il terrore non è certo la sensazione provata e quindi presto torneremo per una cena tipicamente palestinese e per continuare ad ascoltare. Il favore che mi ha chiesto l'anziano di oggi non sarà facile senza orecchie interessate, ma io ci proverò anzi ci provo, ho iniziato ora.

mercoledì 22 aprile 2009

messaggio a me stessa

In uno di quei giorni in cui il mio cervello impazzisce e non si ferma e pensa pensa e pensa...lo facesse almeno in modo intelligente. invece no. vuole solo torturarmi.
In uno di quei giorni in cui la notte ha lasciato un sapore amaro in bocca, fatica a dormire, sveglia mille volte.
In uno di quei giorni in cui ci si sente un po' stanchi di camminare senza sapere dove, senza capire la direzione mentre si continuano a vedere le bruttezze del mondo in giro che ci perseguitano.
In uno di quei giorni in cui non ci si può buttare con il paracadute...
...apro l'agenda Caritas Libano dell'infermiera (con il suo permesso) e i miei occhi spenti leggono:

"On n'a jamais perdu sa journée quand on a contribué pour sa part à faire
pénétrer dans une âme un peu de lumière" -Girardin-


(non si è mai persa una giornata quando si è contribuito in parte a fare penetrare dentro un'anima un po' di luce. Traduzione mia, un po' volgare ma va bene così).

hihiihihihihihiiih...ridacchio mentre mi commuovo. I miei occhi si emozionano anche loro. Un pochino di luce, sì, è stata donata ed è stata ricevuta. Luminosa entra Suor Johanna, le faccio leggere anche a lei il messaggio mi da un bacio e sento che ora sono felice.

giovedì 26 marzo 2009

ancora un po' di informazione sul...

...conflitto israelo-palestinese. Ogni tanto è necessario rinfrescare la mente con nuovi pensieri, aggiornamenti anche al fine di ri-conoscere tutte le sfaccettature di una realtà complessa come quella mediorientale. Per non dimenticare così in fretta quello che è successo a Gaza nei mesi invernali, per non dimenticarlo ora che comincia ad arrivare la primavera. E perchè non tutte le voci israeliane appoggiano la guerra e le scelte del proprio governo e anzi da anni invocano la pace, la fine dell'occupazione e il diritto al ritorno dei Palestinesi. Tutte nozioni fondamentali che si mescolano nei miei pensieri con la situazione palestinese in Libano in queste ultime settimane, dalla notizia della ricostruzione del campo di Nahr al Bared a quella della morte di Kamal Medhat, leader dell’OLP e stretto collaboratore di Arafat negli anni 70, nei pressi del campo di Mieh Mieh vicino alla città di Sidone (Saida). E la continua definizione dei campi come delle bombe pronte a esplodere. E la continua miseria nei campi. Penso: everything is connected.
Ecco il link all'articolo che vi consiglio di leggere per avere una più ampia visione, l'intervista di Irene Panighetti ad Adam Keller, uno dei fondatori di Gush Shalom.
Israele: “Il potere è in mano alle destre perché non crediamo nella pace”
di Irene Panighetti
Liberazione, 25 marzo 2009
Adam Keller, nato a Tel Aviv nel 1955 in Tel Aviv-Yafa, è tra i fondatori di Gush Shalom, che in ebraico significa Blocco della Pace. Si tratta di una organizzazione indipendente dai partiti che si propone di esercitare influenza sull'opinione pubblica e spingerla alla pace e alla riconciliazione con il popolo palestinese. I principi sono la fine dell'occupazione, il diritto dei Palestinesi di avere uno stato indipendente nei confini stabiliti dalla Linea Verde del 1948, Gerusalemme capitale dei due stati, quella est (inclusa la Spianata delle Moschee) dello stato palestinese, quella ovest dello stato israeliano; riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi. Keller è stato più volte incarcerato perché si è rifiutato di prestare servizio militare da riservista nei Territori Occupati.[...]

venerdì 20 marzo 2009

riccio

Avevo scritto un post. Poi leggo Francesco. Cancello, butto via tutto o accantono. E, come al solito nella sofferenza mi chiudo a riccio e chi cerca di aprirmi e di abbracciarmi si punge. Perché io questo dolore non lo posso accettare. Io non ci riesco ad accogliere in questi momenti. Parlatemi solo se avete una risposta decente per spiegarmi queste cose. Niente paroline dolci o discorsi puerili, frasi fatte. Fatemi capire. La mia memoria storica è breve e domani, grazie a "Via col vento", sappiamo che è un altro giorno. Riprenderò lucidità, i miei aghi cadranno al primo sorriso della giornata.

Ora però sono rabbiosa.

Non c'è nessuno con cui possa parlare, nessuno che possa convincermi che in fondo l'uomo è buono come scrive coraggiosamente il cuore libero di Anna Frank alla fine del Suo diario. Andrò a letto così, dormirò otto ore come quelle che avete impiegato voi in bus per raggiungere il dolore. Magari sognerò di essere in un prato a badare al bestiame, in un terreno al sud del Libano vicino alla frontiera israeliana. E mentre cammino pensando "come è arida la terra" oppure "che bei fiori mi ha regalato la natura oggi" esplodo. è successo poche ore fa a un pastore libanese ucciso da una bomba a grappolo lasciata dalle forze israeliane dopo l'offensiva militare dell'estate 2006. e non è l'unico.

L'altro post era divertente, raccontava di un pianticella di basilico che è diventata la mia sfida quotidiana e che non riesco a far vivere perché non ho il pollice verde. L'altro post era raggiante perché donare è ricevere, perché aiutare qualcuno ti riempie la vita e ti fa volare in alto. Queste erano proprio le sensazioni che avevo questa mattina. Ora mi sento un po' diversa e vi beccate anche l'Oriana lunatica stasera.
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Grazie per la condivisione, mi avete fatto essere piacevolmente incoerente e il riccio si è aperto un po' scrivendo.

sabato 14 marzo 2009

Proxima Estaciòn...


"Pase lo que pase, sea lo que sea, proxima Estaciòn...Esperanza!"


Abbraccio tutti

venerdì 20 febbraio 2009

Therèse


Si volta. Mi guarda. Anzi, mi squadra. Poi mi rivolge la parola. Un fiume di parole. Incomprensibili, naturalmente. Si chiama Therèse. Urla. Parla sempre, veramente in continuazione.
Mi rivolgo a lei, cercando di spiegarle un po’ a gesti, un po’ perché la prima cosa che ho imparato in arabo è stato “Non parlo arabo!”, che appunto, l’arabo non lo parlo. Niente. La corrente di parole continua. Inondazione. Ci riprovo. Sempre le solite tre parole. “Ana la arab!!” Io non parlo l’arabo!! Anzi, ad essere onesti, significa Io No Arabo, che non è proprio la stessa cosa. Ma nessun effetto. Anzi, effetto contrario. E allora rido. Prima un sorriso, poi un sorriso che piano diventa risata, poi risata che subito diventa figura di merda, come in tutti quei casi in cui ridere in faccia alle persone, e non perché sono simpatiche, significa umiliare, violentare, o anche solo non ascoltare. Ma Therèse è superiore a tutto questo, e se si blocca, e per fortuna si blocca, è per altro. Altri. Perdo d’interesse. La curiosità per lo straniero, che arriva dall’Italia, che non capisce la lingua, è già terminata. Ci rimango male. Sì, lo ammetto. Poi mi rendo conto, che questa curiosità, non è mai iniziata. Che ha fatto con me, la cosa più bella che un uomo possa fare ad un altro uomo. Mi ha riconosciuto. Mi ha accolto. Come se ci fossi sempre stato. Come se mi avesse detto – oggi fa freschino vero? Guarda lascia stare costa tutto un sacco, per non parlare delle mie pastiglie poi mi fa male un braccio non so perché domani forse sento i miei parenti no non vivono qua dovresti saperlo Mireille c’è? –. Cose così. Cose normalissime, di dialogo quotidiano. Cioè, di dialogo quotidiano in un campo profughi palestinesi in Libano.
Non un cenno di stupore.
Mi sono sentito a casa. Mi ha incontrato, e mi ha riconosciuto.
Grazie.
Incontrarsi è riconoscersi.

sabato 14 febbraio 2009

San Valentino

Il 14 febbraio 2005 veniva ucciso Rafiq Hariri, ex Primo Ministro libanese, in un attentanto nel centro di Beirut in pieno giorno. Questo, il detonatore di tutto quello che ha vissuto il Libano negli ultimi anni: le manifestazioni per l'indipendenza, il ritiro delle truppe siriane, il ritorno di Geagea e Aoun sulla scena politica libanese, il proseguimento di attentati rivolti a uomini politici anti-siriani e giornalisti, la guerra del luglio 2006, Nahr al Bared, la guerra di maggio 2007 ecc...moltissimi eventi. Oggi la strada era bloccata, mille auto questa mattina andavano verso la capitale per le manifestazioni e al ritorno in direzione opposta era impossibile muoversi. Bandiere delle Forze Libanesi, della Corrente del Futuro, partiti cristiani e musulmani (sunniti), tutti appartenenti allo schieramento del 14 Marzo.

...ma non era questo che volevo dire. Martedì 10 febbraio hanno avuto luogo le elezioni israeliane. L'assetto del medioriente dipende da tutte le forze in campo, in Iran, in Israele, in Siria, in Libano, in Palestina. Anno di elezioni, il 2009. E abbiamo cominciato con Israele. Alcuni pensano che massacri e guerre spesso si compiono in funzione delle elezioni...ma noi non vogliamo crederlo, vero? noi vogliamo rimanere ingenui e puri di cuore e lasciare questo cinismo ad altri. Scusate il sarcasmo. Ecco il link per un articolo esaustivo su queste elezioni e la recente e futura politica israeliana.


Il sionismo può giustificare qualsiasi atto di violenza e ingiustizia?

di Gideon Levy
Haaretz, 12 febbraio 2009

La sinistra israeliana è morta nel 2000. Da allora il suo corpo è rimasto insepolto fino a che non è stato redatto il suo certificato di morte, firmato, sigillato e spedito martedì. Il boia del 2000 è stato anche il becchino del 2009: il ministro della difesa Ehud Barak. L'uomo che è riuscito a spargere la bugia riguardo la non esistenza di partner ha raccolto il frutto delle sue malefatte in queste elezioni. Il funerale è stato celebrato due giorni fa. [...]

venerdì 13 febbraio 2009

Venerdìsera

Bambino, armato e disarmato...riascolto una Paola Turci datata 1989. Avevo otto anni e questa canzone ha rappresentato uno dei punti costituenti i due assi cartesiani della mia vita. Le persone che mi conoscono meno – e Facebook è un ottimo catalizzatore per la riesumazione dei “cadaveri” - mi chiedono perché intraprendo questi cammini, che mi isolano e allontanano da una vita normale, per avventurarmi in Paesi esotici. Dove c'è la guerra. O c'è stata o ci sarà. O è solo a una «tot» distanza. Mi ritornano alla memoria i racconti degli altri SCE nell’incontro di dicembre, storie di bambini e di COLLA...Ragazzini corrono sui muri neri di città, sanno tutto dell’amore che si prende e non si dà. Sanno vendere il silenzio e il male la loro poca libertà, Vendono polvere bianca ai nostri anni e alla pietà...

È venerdì sera e ho appena finito di vedere «L'ospite inatteso» di Thomas McCarthy. Hiam Abbass, che nel film interpreta il ruolo della madre di Tarek ragazzo siriano, ha recitato anche, ma non solo (ricordiamo tra i tanti «La sposa siriana»), ne «Il giardino di limoni». L’attrice, arabo-israeliana di origini palestinesi, mi trasmette una sensazione di familiarità: Hiam ha una bellezza naturale e il Suo è uno sguardo profondo che nella mia immaginazione porta con sé l'esodo di un popolo espulso, rifugiato in campi sparsi per il mondo, accolto poco e odiato tanto, come qui in Libano. Un Libano che attribuisce ai palestinesi la sua rovina, fermo e chiuso nel ricordo di due date storiche: gli accordi del Cairo del 1969 che hanno permesso la lotta armata palestinese contro Israele dall’interno del Paese dei Cedri e il 1975 anno di inizio della guerra “civile” caratterizzato da uno scontro libano-palestinese.

Bambini vittime di un sistema nefando; due gli esempi di oggi (anche piuttosto blandi rispetto a quelli di ieri e di domani): un padre che sperpera il suo stipendio per giocare d’azzardo, senza nessuna intenzione di smettere, e che impedisce così a suo figlio, un ragazzino vivace e creativo, di condurre una vita normale. Una ragazza di quindici anni che vuole morire; mi ha mostrato i graffi autoinflitti sulla pancia. Evidentemente non si voleva fare troppo male però...però... Crescerò e sarò un po’ più uomo ancora Un’altra guerra mi cullerà.

Mi dispiace: per noi è comodo, spesso troppo semplice e liberatorio, pronunciare queste parole. «Cosa ne sai tu che sei fuori? Sono io a stare qui dentro. Volevo una vita normale, volevo solo suonare la mia musica», potrebbe obiettare Tarek dal centro di detenzione per clandestini.

Piccole briciole, descritte forse in modo un po’ maldestro, per ricordare coloro che davvero non hanno avuto la possibilità di vivere una vita normale e che sono trattati come reietti o terroristi. Caino, invece, siamo noi che non possiamo/vogliamo capire e che rimaniamo al di là del vetro accusando e disprezzando i nostri fratelli ritenendoli indegni di abitare la nostra stessa terra. E nel momento in cui ‘Tarek’ sarà espulso, magari per una denuncia esposta da un medico, e tornerà nel suo Paese, noi ci dimenticheremo anche del Suo nome.